Esiste una frase che mi viene rivolta, ogni tanto, da chi non ha mai guardato davvero una mia fotografia ma ha sentito il bisogno di giudicarla. La conosco a memoria, cambia poco da una bocca all'altra. Dice che certe immagini sono troppo, che un corpo è un corpo, che un fotografo che ritrae una donna sta cercando altro. Ho imparato ad ascoltarla con calma, perché quella frase non parla delle mie fotografie. Parla di chi la pronuncia. E questo testo esiste per dirlo una volta sola, con tutta la chiarezza che merita.
Una fotografia non contiene la malizia. La riceve, da chi la porta con sé.
Che cosa cerco, davvero
Fotografo volti da quando avevo quattordici anni, e da allora cerco una cosa sola: l'istante in cui una persona smette di difendersi. Non la bellezza, che è una superficie e si consuma in fretta. Non la posa, che è una recita. Cerco la verità, che è scomoda, che non si lascia dirigere, che arriva quando la fiducia tra me e chi ho davanti è diventata più forte della paura di essere visti. Il bianco e nero mi serve per questo: toglie il colore come si toglie un rumore di fondo, e lascia la struttura, la luce, la piega di un pensiero sul volto.
Chi crede che un ritratto sia la copia di una faccia non ha capito nulla del ritratto. Un ritratto è un incontro tra tre sguardi: quello di chi si lascia fotografare, il mio, e quello di chi guarderà. I primi due li conosco, li costruisco insieme, con lentezza e rispetto. Il terzo non mi appartiene, e qui comincia il discorso che voglio fare.
Lo specchio
Da anni studio, oltre alla fotografia, ciò che accade in chi la guarda. L'ho fatto sui libri e l'ho verificato mille volte sul campo. La psicologia lo sa da più di un secolo: davanti a un'immagine aperta, che non impone un significato, ogni persona deposita il proprio mondo interiore. È la proiezione, il meccanismo con cui leggiamo macchie, nuvole, volti sconosciuti. Non esiste una lettura neutra. Esiste uno specchio, e ognuno ci vede quello che è.
Per questo dico, senza arroganza ma senza esitazione, che la malizia non è mai nella fotografia. Un corpo nella luce giusta è forma, è natura, è una cosa antica e seria come un paesaggio o una pietra scolpita. Lo sapevano gli scultori greci, lo sapeva Michelangelo, lo sa chiunque sia entrato in un museo con gli occhi aperti. Chi davanti a quella forma vede soltanto carne, chi ci legge un invito o uno scandalo, non sta descrivendo l'immagine: sta confessando il proprio sguardo. Non è una mia opinione. È scritto da duemila anni in una lettera di Paolo a Tito: tutto è puro per i puri. E Oscar Wilde, che di ipocrisie se ne intendeva, lo disse a modo suo: chi trova significati brutti nelle cose belle è corrotto senza essere affascinante.
Il modo in cui guardi una donna in una fotografia è il ritratto più onesto che esista di te.
La dignità, non il pretesto
Voglio essere preciso, perché su questo punto non ammetto equivoci. Le donne che fotografo non sono un pretesto. Sono persone che hanno scelto di affidarmi qualcosa, e il mio mestiere è non tradirle mai. Le ritraggo per la loro forza, per la loro intelligenza, per quella dignità che una posa studiata cancellerebbe. Ogni immagine nasce da un accordo, da una conversazione, da una liberatoria firmata e, prima ancora, da una fiducia che si costruisce con il tempo. Molte di queste persone sono diventate amiche, confidenti, presenze della mia vita. Nessuna è mai stata un oggetto nel mio mirino, e chi lo insinua non conosce né loro né me.
C'è una differenza antica, che chiunque studi queste cose conosce, tra il corpo semplicemente svestito e il nudo che diventa arte. La differenza non sta nel corpo. Sta nell'intenzione di chi fotografa e nella capacità di leggere di chi guarda. Il corpo, in un ritratto, è la parte visibile di una presenza, non il suo fine. Chi si ferma lì non ha ancora imparato a leggere, e non è una colpa; diventa una colpa quando quella incapacità si traveste da giudizio morale.
A chi getta fango
Ho rispetto per la critica. Quella vera, che nasce da uno sguardo educato e da un'idea di fotografia, è un dono, e da chi l'ha praticata con me ho imparato più che dai complimenti. Non ho nessun rispetto, invece, per il fango, che è un'altra cosa: non ha argomenti, ha bisogno di alzare la voce, e cerca nell'immagine un appiglio per dire ciò che aveva già deciso di dire. La mediocrità ha sempre bisogno di un bersaglio, e un'immagine che non si lascia ridurre la mette a disagio.
A queste persone non devo spiegazioni, e questo testo non è una difesa. È una constatazione: ogni volta che qualcuno vede il male in una mia fotografia, io imparo qualcosa su di lui, e niente sulla fotografia. Chi sa vedere, invece, non ha fretta di parlare: si ferma, e lascia che l'immagine faccia il suo lavoro.
Chi guarda una fotografia e ci trova il male, ha appena firmato il proprio autoritratto.
Il senso di tutto questo
Perché continuo, allora, nonostante la fatica e nonostante il fango? Perché credo che fotografare un volto sia un piccolo gesto contro il tempo e contro l'indifferenza. Perché un ritratto vero dice a qualcuno che è esistito, che è stato visto, che meritava di restare. E perché l'immagine, quando funziona, non si ferma a chi è ritratto: arriva a chi guarda, e per un istante lo costringe a guardarsi. Questo è il senso che ho trovato nella fotografia, e forse nella vita: non si cresce accumulando risposte, si cresce imparando a vedere, e a vedere meglio sé stessi attraverso gli altri.
Non ho mai creduto di essere arrivato. Ogni volto nuovo mi insegna, ogni persona che si fida di me mi corregge, ogni stampa che esce dalla carta mi ricorda che la verità ha un peso e una materia. Il giorno in cui penserò di sapere tutto, avrò smesso di vedere. Fino ad allora continuo a cercare l'essenziale: una luce onesta, una persona vera, e uno spettatore disposto a scendere sotto la superficie.
Se una mia immagine ti lascia in silenzio, l'hai letta. Se ti indigna senza che tu sappia dire perché, guardala ancora, e poi guarda te. La fotografia ha già fatto il suo lavoro.
Domande frequenti
- Perché dici che la malizia non è nella fotografia?
- Perché un'immagine aperta non impone un significato: lo riceve da chi guarda. La psicologia chiama questo meccanismo proiezione. Davanti allo stesso ritratto una persona vede forza e un'altra vede scandalo, e la differenza non è nella fotografia ma nel mondo interiore di chi la legge.
- Il nudo nei tuoi ritratti è arte o provocazione?
- È ricerca di verità e di forma. Il corpo, nella luce giusta, è natura, come lo è stato per la scultura di ogni epoca. La provocazione, se c'è, è nello sguardo di chi si aspetta un pretesto e trova invece una persona con la sua dignità intera.
- Come rispondi a chi critica le tue fotografie?
- Distinguo la critica dal fango. La critica nasce da uno sguardo competente e la ascolto; il fango nasce da ciò che chi lo getta ha dentro, e non merita risposta. Ogni volta che qualcuno vede il male in un ritratto, racconta sé stesso, non l'immagine.
- Che cosa cerchi in un ritratto?
- L'istante in cui una persona smette di difendersi e lascia affiorare ciò che è. Non la bellezza né la posa, ma la verità, con la luce naturale e il bianco e nero come strumenti per togliere il superfluo.












