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La mano che ripete
Cosa insegna un gesto fatto migliaia di volte, e perché lo sguardo si allena con le mani.
Ho fatto questo gesto migliaia di volte. Alzare la macchina, fare un passo verso chi ho davanti, trattenere il respiro, premere. Se mi chiedi di descriverlo faccio fatica, perché da molto tempo non lo penso più. Lo fa la mano, e io intanto guardo.
All'inizio non è così. Chi comincia ha la testa piena: il tempo di posa, il fuoco, dove mettere la persona, cosa dirle, e intanto la luce cambia e l'attimo è già passato. Ricordo bene quella fatica, il senso di arrivare sempre un istante dopo. Poi si ripete, si sbaglia, si ripete ancora, e un giorno il corpo ha imparato quello che la testa non riusciva a tenere insieme.
Da quel momento dimentico le regole, la macchina, le impostazioni. Tutto rallenta, e ciò che conta diventa l'emozione che ho davanti, perché la tecnica è già alle mie spalle. Finché devo pensare allo strumento, la mia attenzione sta nello strumento. Quando la mano sa, torna sulla persona: come respira, dove guarda quando non la guardo, quando una frase le cambia il viso. È lì che nasce un ritratto, molto prima dello scatto, che è soltanto l'ultimo gesto di un'attenzione cominciata prima.
Ripeto il gesto, mai il risultato. È la cosa che più mi sorprende dopo tanti anni: lo faccio allo stesso modo, e ogni volta ho davanti qualcuno che non esisteva ancora, una luce che non tornerà uguale, un'espressione che dura un secondo. La ripetizione non annoia, è l'unico modo che conosco per essere pronto quando quel secondo arriva.
Con gli anni ho imparato anche la mano che resta ferma. Prima mi capitava meno, adesso sempre più spesso: se non vedo ciò che è vero, e ciò che sto cercando, non faccio click. Aspetto, oppure cerco di creare le condizioni perché accada. È un modo di rispettare ciò che cerco e la persona che ho davanti: so riconoscerlo quando arriva, e non ho fretta di averlo. Rinunciare a uno scatto è diventata una parte del gesto, e forse la più difficile.
Mi è capitato di sentirmi dire che le mie fotografie sono riconoscibili, e mi fa piacere, perché uno sguardo che si riconosce è uno sguardo che c'è. A volte mi dicono che nelle mie immagini si leggono riflessione e profondità, e qualche volta emozione. Non le cerco con la tecnica. Arrivano dall'aver aspettato ciò che era vero. A chi guarda in fretta può sembrare sempre lo stesso volto, perché a ripetersi è il modo di guardare. Chi si ferma vede ogni volta una persona diversa.
Non mi sento arrivato. Anche oggi la mano sbaglia, la luce non collabora, e la persona davanti a me ha bisogno di tempo. Ricomincio, come la prima volta, con un gesto che conosco e uno sguardo che non conosco ancora.

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Tutto il diario- Leica, non ciò con cui fotografo, ma ciò attraverso cui guardoNon parlo volentieri di macchine fotografiche, ma di Leica posso parlare: una sensazione, non un oggetto. E una sola lente, il 50 mm, con i miei passi al posto dello zoom.

- Fotografo per sottrazioneTolgo il colore, lo studio, la posa, e resto con l'essenziale: un volto, una luce vera, il momento in cui qualcuno smette di difendersi. La mia poetica.










